DONALD TRUMP 45° PRESIDENTE DEGLI USA

Trump ha vinto come era stato previsto da quei pochi che, a differenza dei troppi sondaggisti, dei maggiori giornali americani, dei gruppi di potere e di molti fra gli stessi uomini che più contano nelle file del partito Repubblicano; di quei pochi, dicevo, che anziché ascoltare il fumo dei desideri e scambiarlo per realtà, hanno ascoltato la testa e la pancia dell’America cosiddetta profonda: delle periferie, delle campagne, dei monti, dei deserti, delle fabbriche, delle attività economiche concrete e non dell’establishment finanziario, bancario, giornalistico ecc. Un paio di sondaggisti minori l’avevano capito, altri avevano capito che le cose non sarebbero andate come si credeva, ma non avevano previsto questo risultato. La campagna elettorale della Clinton e di Obama ha parlato alla superficie, non ha colto quei movimenti profondi che stanno cambiando l’America, come hanno cambiato la Gran Bretagna della Brexit e il clima sociale e politico di molti Paesi europei.

Come in altre occasioni (Brexit innanzitutto) si sono nettamente delineati due modi di pensare e di progettare il futuro che hanno diviso in due gli Usa, come dividono in due l’Europa. E la spaccatura non passa fra categorie vecchie, ormai inefficienti, cioè fra destra e sinistra, fra capitalisti e anticapitalisti, fra progressisti e conservatori, fra ricchi e poveri e così via. Ma piuttosto passa attraverso due modi diversi di concepire il Paese e i suoi rapporti con l’estero.

Da una parte ci sono i cosiddetti “mondialisti”, come ormai sono stati chiamati da diversi commentatori politici, che sono quello strato consistente della popolazione che guarda con più interesse ai legami internazionali che a quelli interni al paese. Non si tratta però di sola politica estera, ma di una visione complessiva, direi di una nuova ideologia. I mondialisti hanno interessi trasversali, senza confini, o almeno credono di averli. Sono coloro che operano nel mondo della finanza, delle banche, di un certo tipo di industria e di attività commerciali non legate al territorio; sono coloro che lavorano nelle università e si concepiscono come una élite intellettuale e delle competenze cosmopolita; sono gli emigrati di successo che si trovano bene nel nuovo paese in cui si sono trasferiti e non concepiscono le frontiere se non come un vincolo da abbattere; sono coloro che sono sempre in movimento e per i quali conta più vivere in un certo tipo di ambiente che ha rotto i ponti con i Paesi, le nazioni, gli Stati, se non per utilizzarne strumentalmente le opportunità. Insomma, i mondialisti proiettano se stessi in una concezione mondiale dei rapporti sociali, culturali, politici ecc.

I mondialisti hanno poi a loro favore, in genere, anche chi non ha gli stessi interessi, ma aderisce a questo orientamento o per ragioni pratiche (ad esempio i dipendenti degli organismi internazionali, della burocrazia degli Stati ecc.) o per ragioni culturali/ideologiche (i buonisti di tutti i tipi, gli assertori dei diritti universali).

I mondialisti sono per i diritti civili, per l’apertura delle porte e la costruzione dei ponti agli emigranti, per uno Stato più centralistico e assistenzialista che serva da ammortamento dei conflitti sociali, ecc. e non tengono conto dei legami “naturali”, da quelli familiari a quelli di comunità in cui si vive a quelli nazionali. Di conseguenza i mondialisti sono contro la tradizione, o almeno ne tengono poco conto; ritengono che una legge che stabilisca qualcosa valga più di secoli di storia del costume e della mentalità.

Contro i mondialisti è gradualmente cresciuta un’opposizione, che in qualche caso si è trasformata in movimento (la campagna elettorale di Trump ha costituito un movimento, quella di Hillary Clinton solo un aggregato di fan di diversa provenienza, che spesso hanno scelto la Clinton considerandola il male minore, senza entusiasmo). Questa opposizione si può chiamare “opposizione dei residenti”, direi quasi “dei nativi”. Cioè di quelle componenti della popolazione più legate al territorio, alle comunità di base, al loro lavoro concreto, ai legami di solidarietà che non si appoggiano su principi generali ma sulla vicinanza geografica e di costume.

Ma non è uno scontro fra pancia e testa, come molti commentatori ripetono, ma piuttosto fra la maggiore concretezza di pancia e testa dei “residenti” contro la maggiore astrazione dei diritti, e interessi, generali delle pance e teste mondialiste. Anche i mondialisti, spesso, ragionano di pancia, ma si tratta di pance diverse.

Fra i mille esempi che si potrebbero fare, basti seguire l’andamento degli umori religiosi dei cattolici americano sempre più stanchi del mondialismo di papa Bergoglio. Certo, per i residenti cattolici la solidarietà è un valore, ma non va espressa allo stesso modo per tutti, bensì va data la preferenza ai più vicini: ai familiari, ai parenti, agli abitanti della proprio comunità e così via. La psicologia dei pretesi diritti universali e quella diversa della vicinanza (tradizione, costume, conoscenza diretta ecc.) sono diverse e suggeriscono strade diverse.

Hillary e Obama hanno cercato di conquistare, riuscendoci solo parzialmente, il voto degli afroamericani, degli ispanici e di altri componenti in linea con la loro concezione, molto europea e poco in linea con la tradizione americana, di welfare e di solidarietà; ma non hanno saputo parlare agli americani bianchi, agli operai disoccupati vittima della chiusura delle fabbriche in diversi Stati, ai ceti medi che hanno visto ridurre ai minimi termini la propria condizione, agli imprenditori che si vedono ostacolati da leggi imposte dall’ideologia dei diritti universali, come ad esempio i minimi di salario, che pongono ostacoli e costi insormontabili ad artigiani e piccola industria. Ai tanti che credono nella libertà, come valore di fondo dello spirito americano, e nell’iniziativa privata, e che si sono sentiti umiliati dalla politica di Obama che avrebbe voluto trasformare gli americani in “mangia rane”, cioè in europei, abituati a vivere con minore libertà e sotto l’ombrello protettivo di mamma Stato che pensa a tutto.

Infine, ma qui sto ricordando solo pochissimi aspetti, in un rapido schizzo, e ci vorrebbe ben altro spazio per esaminare la situazione nel dettaglio; Obama e la Clinton sono i responsabili di migliaia di morti, delle guerre intraprese in nome della diffusione della democrazia e che hanno invece creato il caos in Libia come in Iraq, in Siria e altrove, hanno foraggiato il terrorismo islamico, hanno contribuito a diffonderlo in Europa e negli Usa. I residenti sono invece più propensi a una politica cauta, prudente, isolazionista, dove gli americani difendono i loro interessi soprattutto a casa loro. Ciò comporta anche la volontà di ridurre i flussi di emigrazione nei confronti degli ispanici (Messicani soprattutto) e degli islamici visti come potenziali nemici.

L’ideologia dei residenti è di fatto la loro terra, il legame con la patria, non tanto intesa in senso statale e nazionalistico, ma nel senso classico di terra in cui si è nati, dove sono sepolti gli avi, dove vivono gli amici, dove si svolge la propria vita. E dei legami che questa concezione crea, legami naturali, spontanei e pre-statali.

L’ideologia dei mondialisti, con molta ipocrisia e molto strumentalismo, è quella dei diritti universali, della globalizzazione, del mondo intero da ridurre tutto uguale, soppresse le differenze delle tradizioni e della storia. Fra cui anche le pratiche democratiche, che si riducono sempre più a mere formalità ininfluenti sull’effettivo cammino della globalizzazione.

Da un lato, si potrebbe dire che l’eroe dei residenti è il cittadino libero, che si fa da sé, che difende la terra e la famiglia, che combatte contro le intrusioni dello Stato sempre più invasivo e prepotente. Dall’altro, l’eroe del mondialista è lo Stato protettore ed erogatore di diritti universali, lo Stato che limita la libertà e non riconosce le autonomie delle organizzazioni naturali dei cittadini, lo Stato che si assume compiti che non gli spetterebbero e che aumenta continuamente il peso fiscale per accrescere il potere e tenere sotto controllo i cittadini. Lo Stato, infine, che non si identifica con la “Patria” in senso tradizionale e retorico, ma con uno strumento di intervento in mano ai mondialisti, i quali lo trasformano in fonte di potere, di privilegi, di guadagni parassitari e di differenziazione rispetto agli altri.

Entrambe le posizioni – mondialisti e residenti – hanno una parte di ragione e una parte di torto. Lo scontro si acuisce quando gli uni non tengono conto delle ragioni degli altri, si irrigidiscono in posizioni ideologiche, non pragmatiche e non realiste, e soprattutto quando il mondialismo cammina troppo veloce e travolge i residenti, senza dare a nessuno il tempo di trovare un punto di reciproca integrazione e di rivitalizzazione dei valori della tradizione in forme aggiornate. Ma nella fretta del mondialismo c’è l’ansia del potere, del guadagno e della speculazione che gli suggerisce di non rispettare le ragioni e i diritti degli altri.

Per questo, a mio parere, in questa fase storica, il mondialismo è più pericoloso del “residenzialismo”, anche se a breve e lungo termine risulterà vincitore. E avremo allora una spaccatura sempre più evidente con una classe politica ed economica che se ne va per conto suo e una popolazione subalterna sempre più scontenta, magari alle prese con quelle “guerre tra poveri” promosse dalle dissennate politiche mondialiste e che servono per sviare la rabbia dei popoli e renderlo sempre più subalterno al potere statale.

[Luciano Aguzzi]

Primo articolo del blog

Un libro tra fede e scienza

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino.

Milano, Città Nuova, 2013, euro 14,50.

 di Luciano Aguzzi

La prima domanda che mi sono posto è questa: l’autore del libro, Andrea Carobene, e il personaggio del libro, il monaco certosino, sono la stessa persona?

La risposta è no.

Sebbene il libro, a prima vista, sembra volerlo far credere, aprendosi con l’affermazione: «Sono diventato monaco per immergermi nell’infinito, ma mi sono perso» (pag. 5) e aggiungendo poche righe dopo: «Sono un certosino, ed ero un fisico».

L’equivoco è probabilmente voluto, almeno da parte dell’editore, e non casuale, visto che nel sito dell’editore il libro è presentato in termini da indurre all’errore. Infatti, vi si legge, ad esempio:

«diario di un monaco del XXI secolo. Ex fisico poi entrato in monastero, l’Autore racconta in prima persona la sua nuova vita che trascorre nella contemplazione dell’infinito amore di Dio. Ma il mondo della ricerca scientifica – quel mondo che credeva di aver abbandonato per sempre entrando in convento – continua a bussare alla sua porta».

Qui la distinzione fra l’autore del libro e il personaggio del libro sembra scomparire. Ne segue che nei diversi riferimenti al libro che si leggono qua e là in Internet sembra proprio che siano in molti ad avere identificato l’autore col personaggio.

Ma il sospetto che non sia così nasce dal brevissimo profilo dell’autore, in quarta di copertina, dove non si fa cenno allo stato di monaco certosino; dal nome che non è accompagnato dalla qualifica di certosino; dallo stile di tutto il libro che non è quello degli scrittori certosini.

Infatti, una breve ricerca in Internet, ci dice che Andrea Carobene è nato il 6 ottobre 1964 ed è un dipendente del Comune di Milano con la qualifica di «Funzionario dei servizi amministrativi», assegnato alla segreteria dell’assessore Marco Granelli, assessore a Mobilità e Ambiente nell’attuale giunta del sindaco Sala.

Precedentemente e/o contemporaneamente, Andrea Carobene è stato consulente e collaboratore di varie aziende, collaboratore della Regione Lombardia, giornalista e collaboratore di varie testate, fra cui il quotidiano «Il Sole 24-Ore», un mensile di informatica e il mensile «Aggiornamenti Sociali». È stato insegnante di matematica e fisica, per tre anni, in un istituto tecnico industriale.

Insomma, ha svolto e svolge una vasta e varia attività con competenze di carattere scientifico e tecnico, informatiche, pubbliche relazioni con l’uso della stampa e dei media moderni e così via.

Ce lo testimoniano i suoi libri precedenti, fra i quali troviamo:

Il Governo delle Relazioni con gli Stakeholder. Ipsoa- Management, gennaio 2012.

Studiare on line. Alpha Test, novembre 2000.

Internet per gli Insegnanti, Alpha Test, maggio 2001.

— Varie voci del: Dizionario della New Economy, Baldini&Castoldi, gennaio 2000. (A cura di Rinaldo Gianola).

— Alcune voci della: Enciclopedia Treccani dei Ragazzi, Istituto Treccani, gennaio 2009.

Anche il lungo elenco degli articoli pubblicati in varie testate ci conferma questo arco di interessi, con l’aggiunta, in senso più vicino ai temi del libro che presentiamo, di articoli sulle novità scientifiche e tecnologiche.

Carobene si è laureato in fisica con 110 e lode all’Università di Catania nel 1994. Ma i suoi brevissimi profili che si leggono sia sul libro che in diversi siti, aggiungono che «ha studiato filosofia e teologia tra Milano, Napoli e Parigi».

I riferimenti di dettaglio non sono precisi, ma il confronto fra le varie e sparse notizie mi portano a credere che abbia prima studiato filosofia a Napoli, frequentando quell’università fra il 1984 e il 1989; poi si è laureato in fisica a Catania fra il 1989 e il 1994. Nello stesso anno 1994 ha frequentato, o cominciato a frequentare, a Parigi un corso postuniversitario di teologia.

Ho un po’ insistito in questa ricostruzione perché ho avuto l’impressione, leggendo il libro e le notizie che ho trovato sull’autore, che Carobene non precisa mai i dettagli perché questo corrisponde a una sua quasi doppia personalità, da cui nasce una qualche duplicità esistenziale: quella del religioso e quella del giornalista scientifico.

Duplicità a cui forse si allude là dove scrive:

«Tutto è possibile e tutto prima o poi si realizza. Io sono qui, monaco alla Certosa, ma potrei anche essere a Milano padre di famiglia. […] Io sono qui, ora, nella mia cella a scrivere, ma potrei essere seduto in uno studio, mentre i bambini dormono nella stanza accanto, a scrivere queste note al computer» (pp. 151-152).

***

Il libro si presenta dunque al lettore con una doppia finzione, che costruisce una sottile cornice romanzesca.

La prima è quella dell’autore che crea un personaggio, il monaco certosino, nel quale si cala egli stesso in qualche misura. La seconda è quella del monaco che scrive un diario, che però appare subito un finto diario. Finto per lo stile, che da quello del diario passa nella maggior parte delle sue pagine a quello della divulgazione scientifica. Finto perché è scritto affinché sia letto da altri.

Ciò è esplicito e il monaco stesso accenna più volte alla possibilità che il suo diario venga letto da altri e serva di aiuto per la meditazione. In almeno tre passi quest’idea sembra un programma:

«Quando scrivo non penso solamente a me stesso, ma penso a chi un giorno potrebbe scorrere queste righe. Una persona che non conosce le leggi della fisica, ma che vorrei accompagnare a scoprire la bellezza del Divino che la natura esprime, indicando che il Mistero vive nelle trame del mondo fisico, e che si può scoprirne le tracce avendo come guida la sola ragione, purché sia sia aperti allo stupore» (pp. 59-60).

«Ho letto in questi anni diversi libri sul rapporto tra scienza e fede, e forse anche i miei appunti, che scrivo durante le mie ore di meditazione, un giorno si aggiungeranno a questo catalogo» (p. 87).

Il libro si chiude proprio con uno di questi passi:

«Forse già domani, forse fra un anno o forse fra trenta – non mi importa quando – qualcuno prenderà in mano queste pagine e scorrendole sentirà la presenza di Dio più vicina alla sua vita. Forse un giorno accadrà, e questo mi basta» (pag. 166).

Pertanto il diario non è un semplice aiuto alla meditazione personale, ma fin dall’inizio è anche un progetto rivolto agli altri. Nella realtà, poi, non si tratta di un vero diario ma di un libro pensato, progettato e scritto per essere pubblicato come libro.

Quest’opera appartiene, direi, a quel genere letterario, molto in uso nel Settecento, dove una cornice romanzesca è di veicolo a un contenuto di diverso tenore, di carattere genericamente saggistico. L’autore, per poter usufruire di un punto di vista privilegiato, crea un personaggio e questo racconta un suo finto viaggio, o scrive un finto diario o una finta relazione o una finta corrispondenza epistolare su qualche tema.

Carobene ha voluto calare le sue meditazioni religiose e il suo confronto fra il cammino della fede e quello della scienza nelle vesti di un monaco certosino ex scienziato nel settore della fisica moderna, per dare ai contenuti saggistici un contesto che li valorizza e, nello stesso tempo, li mantiene al livello dell’esperienza personale.

Ciò accosta il libro ad alcuni generi letterari che hanno una storia millenaria, senza però confondersi con nessuno di essi.

Presenta, infatti, alcune caratteristiche del libro di meditazioni religiose e ascetiche, ma non lo è del tutto, perché il desiderio di conoscere anche attraverso la scienza, e di divulgarne la conoscenza, è prevalente sulla pura meditazione ascetica.

Presenta alcune caratteristiche del libro apologetico in difesa della fede, ma non lo è, perché non afferma la certezza della fede e non argomenta dimostrazioni, ma ricerca un incontro con Dio.

Presenta alcune caratteristiche della dissertazione, ma non lo è, perché non procede per passaggi logici o dialettici, ma per accostamenti, per suggestioni, per desideri e sentimenti del cuore e della mente.

Da questo punto di vista è significativa la scelta di calare il suo personaggio nell’Ordine certosino, fondato da san Bruno nel 1084. Si tratta di un ordine molto rigoroso, con pochi aderenti (non più di 300 in totale, distribuiti in 17 certose), che vivono in “famiglie di fratelli” inferiori ai venti componenti ciascuna. Conducono vita eremitica, silenziosa, dedita alla preghiera, alla meditazione, al lavoro manuale e allo studio. Non è però un ordine nel quale lo studio rappresenti un aspetto principale della vocazione, che è invece data dalla preghiera e dalla contemplazione.

Lo studio del certosino, pertanto, non è mai finalizzato a se stesso, all’approfondimento e aumento della conoscenza, ma svolge un compito ancillare a fianco della preghiera e della meditazione e si rivolge soprattutto allo studio del Vecchio e Nuovo Testamento.

Così si spiega il consiglio che il padre superiore dà al nuovo monaco già fisico:

«La tua ricerca di Dio passa attraverso la ricerca dell’uomo, di un senso delle cose. Questa è la strada sulla quale potrai incontrare il Signore ed è questa la strada sulla quale Lui ti attende. Non possiamo chiudere questa via e tu devi continuare a percorrerla» (p. 8).

Il priore della certosa, con questo consiglio in cui include anche la strada della scienza fra quelle sulle quali incontrare il Signore, fa un’eccezione alla regola, perché gli studi di fisica appartengono pur sempre a quel mondo esterno alla certosa, che i certosini devono dimenticare piuttosto che coltivare.

Ma l’eccezione è giustificata dal fatto che il monaco è un ex fisico e che la nuova via, cercare Dio attraverso il dialogo con la scienza, può per lui essere la via più adatta e potrebbe inoltre servire anche ad altri fratelli.

Il monaco commenta fra sé la concessione del padre superiore con queste parole:

«Sarà la mia penitenza o, come mi spiegava il padre superiore, la mia ascesi. Il mio cammino. Parlare di Dio attraverso la scienza, questa scienza e questa fisica» (p. 9).

Frequentare la scienza diventa dunque un esercizio di preghiera e di meditazione, unito all’esercizio ascetico; distribuito secondo i tempi del calendario liturgico, dalla Prima settimana di Avvento al Tempo ordinario, il che vuol dire in otto capitoli che si estendono, liturgicamente, su tutto l’anno, ma con la massima concentrazione (sette capitoli) sui periodi liturgici fra dicembre (preparazione del Natale) e la Pasqua.

Il monaco non intende trovare Dio, perché, scegliendo di farsi monaco, lo ha trovato. Ma intende incontrarlo e riconoscerne la presenza, parlargli e sentirsi parlare. Vederlo all’opera e sentirsi lui stesso partecipe della sua opera, «respirare la brezza di Dio nel cosmo» (p. 157). È lo spettatore che guarda il pittore dipingere la passione di Cristo e che, a un tratto, si vede dall’artista incluso nel dipinto, immerso «nel dramma della morte di Cristo», divenuto egli stesso «spettatore muto e attonito» del mistero (p. 157).

Affascinato dal mistero che la scienza e la matematica gli hanno aperto davanti (come scrive a p. 6), dall’abisso che lo «ha aiutato a cogliere la presenza di un Mistero ben più grande», egli crede:

«che la ricerca della verità delle cose, la scoperta della trama attorno alla quale sono intessuti il cosmo e l’universo, non può che condurci a scoprire la presenza viva dell’Artefice del tutto» (p. 9-10).

E prosegue poche righe più avanti:

«Ero convinto che i misteri dell’universo fossero immagini dell’unico Mistero e che, seguendo i sentieri della conoscenza scientifica, si potesse apprendere qualcosa di questo Mistero» (p. 10).

Il monaco afferma di vivere «La scienza come un tentativo immenso di cercare un linguaggio adatto a raccontare i misteri del cosmo e della matematica» (p. 157).

La ricerca del mistero di Dio nei misteri della natura si sviluppa in una serie di meditazioni in cui la fede rimanda alla scienza e la scienza alla fede. Si tratta, ovviamente, non di dimostrare la verità della fede per mezzo della scienza, ma di una serie di echi, rimandi, suggestioni e richiami che inducono la mente e il cuore alla scoperta della bellezza e della saggezza riposte nella natura e al loro continuo suggerirci la presenta di una intelligenza creatrice.

I problemi affrontati, dal tema dell’infinito ai numeri irrazionali, alla matematica del transfinito, ai paradossi di Zenone di Elea (Achille e la tartaruga), toccati nel primo capitolo, dai problemi di fisica quantistica, della relatività, dell’unificazione delle forze, fino alla teoria delle stringhe, alle ipotesi del multiuniverso e dei sottouniversi e al principio antropico in cosmologia, trattati nei capitoli seguenti. Si tratta di molteplici capitoli della storia della matematica, della fisica e della cosmologia, esposti con chiarezza e buona divulgazione, ma legati non da un ordine cronologico o disciplinare o tematico, piuttosto da un filo che richiama e collega gli aspetti non deterministici, non chiusi in un sistema autosufficiente e aperti a molteplici possibilità di vita e di realtà.

Ci troviamo sempre di fronte a problemi che, a un certo punto della ricerca matematica e scientifica, si incontrano come nodi problematici che sfidano gli studiosi a superare i precedenti confini, a spingersi in terreni nuovi, fino alla teoria del tutto, cioè alla ricerca di un principio unificatore che ci spieghi come funziona il cosmo, collegando insieme tutti i fenomeni fisici conosciuti.

Anzi, andando oltre, perché, come una mente che guardasse il cosmo dall’esterno, la teoria ambisce a dirci anche perché e come è nato il cosmo, quando e come perirà, ciò che in esso vi è di determinato e ciò che vi è di casuale e di libero.

Questo progressivo cammino ci allontana sempre più dal mondo come appare alla nostra immediata intuizione e ce lo mostra in un modo che solo la matematica riesce a descrivere, non più l’immaginazione, perché questa non riesce né a visualizzare e nemmeno a pensare le sorprese che ci rivelano la fisica e la cosmologia moderne, come già nel passato, con Copernico e Galileo, aveva violato il nostro comune sentire che il sole ruotasse attorno alla terra, rovesciando il rapporto; o ancora prima, il comune sentire di una terra piatta, dicendoci che è rotonda.

Dal mondo descritto dalla geometria euclidea e dalla meccanica classica, siamo passati a un mondo relativistico di tre dimensioni spaziali e una temporale, dove lo spazio-tempo a onde piane s’incurva; e con la meccanica quantistica si arriva al principio di indeterminazione di Heisenberg, che sembra smentire il determinismo della fisica classica.

Ma dopo la relatività e la meccanica quantistica, è passato un altro secolo di scoperte. Dall’atomo si è passati a una moltiplicazione di particelle, ormai una trentina; alle teorie di modelli a dieci, fino a 26 dimensioni.

E così via. Con riferimenti e accostamenti fra scienze e religione, e citazioni della Bibbia.

Parlando della luce, ad esempio, Carobene scrive:

«È stata proprio la luce a spazzare via le certezze della costruzione di Maxwell, di Newton e della fisica classica. Da allora la sua corsa, continuata con giganti del pensiero come Einstein, Bohr, Schrödinger, Heisenberg (o persone più vicine a noi come Feynman o Witten), non si è più fermata. La luce va al di là di ogni nostro tentativo di imbrigliarla. È onda e particella, si divide e si ricompone senza che sia possibile catturarla, nasce e muore nel vuoto, si forma da sola, viaggia per luoghi dove non è possibile raggiungerla e torna da noi, portandoci i segni dei suoi misteriosi passaggi» (p. 25-26).

E aggiunge più avanti: «Nella luce è contenuto quasi ogni mistero e lì risiede la frontiera della nostra conoscenza della natura e del cosmo» (p. 27). Viene spontaneo all’autore il richiamo del testo biblico, dove, quasi all’inizio del suo racconto, si legge: «Dio disse: “sia la luce”, e la luce fu» (p. 25).

Ma la luce, come altri fenomeni studiati dalla fisica, presenta delle contraddizioni e degli aspetti estremamente problematici, come quello studiato nell’esperimento della doppia fenditura di Richard Feynman (p. 30). Questi aspetti problematici spingono avanti la ricerca, verso nuove ipotesi e nuove scoperte, le quali poi porranno altri problemi, e così via.

Allora, dalla scienza la meditazione ritorna alla religione e con un richiamo al Qohelet (Ecclesiaste) il monaco certosino ci avverte che:

«L’universo non ci appartiene, e dobbiamo rassegnarci a comprenderne frammenti disconnessi, sapendo che sarà impossibile cogliere il significato del tutto» (p. 39).

Così in fisica, come nel campo etico-religioso. Infatti non riusciamo:

«a comprendere come il male possa essersi infilato nelle nostre esistenze, come possa esserci il male all’interno di una creazione voluta da Dio» (p. 39).

E il concetto è ripetuto in altro modo, con un richiamo alla matematica, che ci dice che: «anche nel più perfetto sistema assiomatico deduttivo non è possibile dimostrare l’assenza di ogni contraddizione se non spostandosi a un livello superiore» (p. 39).

Ecco. La matematica e la scienza si sforzano di spostarsi a un livello logico superiore dove si riesca a spiegare ciò che non è spiegabile al livello inferiore.

Ma fin dove potranno spingersi?

Kurt Gödel e il problema delle contraddizioni interne ai sistemi deduttivi spingono l’autore a meditare sul Vangelo di Luca e all’apparizione di Cristo sulla strada di Emmaus. Forse – afferma il monaco – noi incontriamo la verità, come i discepoli incontrarono Cristo, ma non sempre sappiamo riconoscerla, perché la verità si nutre del dialogo e si riconosce percorrendo le sue stesse strade.

Dio lo si riconosce nella propria esperienza, non se ne dimostra l’esistenza con ragionamenti logici. Discorrendo della “prova ontologica” di sant’Anselmo, ne accetta l’aspetto che la collega all’esistenza, più che quello puramente logico:

«Per Anselmo, nell’esperienza dell’uomo vi è una naturale apertura all’esperienza del divino: ne sono convinto anch’io. Ho sempre però diffidato delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio, perché credo a priori che dimostrare e sperimentare l’Amore siano due esperienze completamente differenti» (p. 52).

Chi sperimenta Dio, non sente il bisogno di dimostrarne l’esistenza come se si trattasse di un problema scientifico. Della sua fede confessa:

«Allo stesso modo non saprei onestamente spiegare perché l’esistenza di Dio sia la mia certezza più salda, una verità indubitabile sulla quale ho giocato la mia vita. Una scommessa che non vivo come scommessa, ma come scelta naturale in risposta a una chiamata che sento concreta, reale, fondata sulla roccia al di là delle mie fragilità e delle mie debolezze» (p. 52).

La scienza ci porta a comprendere un mondo fisico diverso da quello che appare all’intuizione immediata. Ad esempio, il tavolo su cui ci appoggiamo per scrivere ci sembra solido, duro e impenetrabile, eppure, «un atomo è grande da diecimila a centomila volte il suo nucleo» (p. 56). Ciò vuol dire che il volume del tavolo è in grandissima parte fatto di vuoto; quel vuoto che separa un atomo dall’altro e, all’interno dell’atomo, le diverse particelle che lo compongono.

«Rutherford “vide” che ciò che vedeva – un mondo fatto di sostanza solida – era in realtà un’illusione; la materia riempie in realtà una frazione insignificante dello spazio, anche degli oggetti che ci sembrano duri e impenetrabili al tatto» (p. 56).

Siamo immersi nel mistero e ogni passo che facciamo per conoscere la verità ci avvicina a Dio, perché: «Il Divino abita nel cuore dell’uomo e ogni sforzo teso a cogliere il vero è un sentiero che ci avvicina a Dio» (p. 60). E prosegue: «Credo che la fisica, quella che va sotto il nome di “teoria delle stringhe”, sia oggi lo strumento più potente per percepire le vibrazioni di Dio nell’universo» (p. 60).

E di nuovo la comprensione scientifica di cose che vanno oltre l’apparenza intuitiva rimanda alla più profonda comprensione della meditazione: «L’uomo capisce cose che non riesce neppure a immaginare. […] così come avviene nella contemplazione e nella preghiera» (p. 69).

La fede in Dio rafforza la fiducia nell’ordine intelligente del cosmo:

«Ho fiducia nel ritorno della primavera, perché so che il cosmo non tradisce. […] Contemplando il cosmo è difficile non chiedersi se vi sia alle sue fondamenta l’azione di un’intelligenza ordinatrice. L’universo è così perché è il frutto del caso o perché un’intelligenza ordinatrice lo ha creato e costruito in questo modo?» (p. 82).

Nel tempo di Quaresima, la meditazione porta al tema della morte, vista come «l’orizzonte della verità verso il quale ognuno di noi è indirizzato e deve confrontarsi. Una morte che è abbandono a un nulla che non conosco, un confine dal quale non si torna» (p. 98). Ma vi è consolazione e «corrispondenza meravigliosa» nell’appartenere all’insieme Universo e non all’insieme vuoto.

La scienza, nel mostrarci fenomeni paradossali come «l’idea di entanglement», cioè il legame simmetrico fra particelle, ci suggerisce l’idea di una «visione dell’universo dove tutto è collegato strettamente, una visione del cosmo come un unico organismo» (p. 109).

E aggiunge poi, in questo continuo passare da esempi scientifici a considerazioni religiose:

«È l’idea di una solidarietà cosmica che coinvolge l’intera creazione, collegando realtà lontane fra loro in un unico mistero d’amore» (p. 114).

«La presenza di Dio nelle cose, nella materia, è ciò che le porta all’esistenza, facendole essere. È questo essere, costituito dalla volontà di Dio, che lega assieme la materia, gli animali, le piante, l’umanità e ognuno di noi» (p. 115).

Se la scienza rende reale (realtà reale) l’esperienza che abbiamo del cosmo, così la meditazione «rende reale l’esperienza della preghiera. Pensiero e realtà, contemplazione e realtà reale» (p. 150).

Nella teoria delle stringhe «percepisce le vibrazioni di Dio nell’universo» e il «principio antropico» (che ci parla di un «universo nato per essere culla dell’uomo») lo affascina, ma se ne dissocia motivatamente:

«Pare strano che sia proprio io, un monaco certosino, a criticare l’ipotesi antropica, ipotesi che peraltro mi affascina. La strada che sto cercando di compiere con questi miei appunti è però diversa, in quanto non desidero fare di un’impostazione religiosa o filosofica un mezzo di ricerca scientifica, quanto piuttosto utilizzare il linguaggio della scienza per contemplare la presenza di Dio nell’universo, cogliendo i segni del suo amore» (p. 156).

Avviandosi verso la conclusione, il monaco si pone il problema dell’inizio assoluto, del cominciamento del tutto. Ed osserva:

«È come se l’inizio, prima ancora di essere pronunciato e svelato, avesse già avuto inizio. Come se oltre l’inizio che intravediamo ci fosse sempre un altro ulteriore inizio, il vero Principio.

Il teologo Alexandre Ganoczy scrive, riflettendo sul paradigma della fede cristiana, che “tale fede pretende di dare una risposta a due domande che dal punto di vista delle scienze naturali generalmente non si prendono in considerazione o di cui si tratta solo in margine: a) quella dell’inizio assoluto dell’universo, e l’altra b) del compimento di una storia che si trascende spazio-temporalmente» (p. 159).

Il vero principio, l’inizio assoluto e il compimento di una storia è, per il monaco ex fisico, Dio.

Il libro si conclude con alcune ultime riflessioni sulla teoria delle stringhe e sui suoi molteplici aspetti che ne fanno ancora una teoria incerta, forse falsificabile; e con una confessione di umiltà come monaco.

Sulla teoria delle stringhe conclude:

«Lo confesso, sono innamorato della teoria delle stringhe. Ne sono entusiasta perché questa teoria rappresenta per me il completamento delle visioni della meccanica quantistica e della cronodinamica quantistica. È una teoria che spinge ad andare oltre, che allude senza poter dire completamente la verità, che indica un’alterità che sembra non essere raggiungibile» (p. 161).

L’alterità, che sembra non raggiungibile, è, certamente, il Dio a cui si crede per fede ma che non è raggiungibile e comprensibile con la scienza, che ci rimanda sì a qualcos’altro, ma non ci dice nulla se questo “oltre” che sta fuori del suo orizzonte. Per cui lo scrivente considera che:

«La vita della terra è una scuola che ci avvicina passo dopo passo ai doni celesti, rendendoci capaci di godere della presenza di Dio, abituandoci, se sarà possibile, al destino di luce che ci attende. […] È l’intera vita dell’universo, non la mia esistenza sulla terra, che è scuola per me» (p. 163).

Ma di fronte a un compito così grandioso, il monaco confessa:

«Davanti a me l’eternità, ma anche il mio fallimento. Un anelito che mi spinge, che mi guida, ma un respiro che non sa cogliere. […] Un bambino che ha grandi idee, visioni di luce, ma che si rassegna sempre presto, troppo presto. Questo sono io» (p. 164).

Dalla costatazione di fragilità, di un nulla di fronte a un tutto – come si esprime in un’altra pagina – il monaco trae la conclusione che il suo diario è ormai terminato, che ha dato ciò che poteva. E lo dice con queste frasi, rivolgendosi a Dio:

«Ti ho cercato e ti cerco con il mio cuore e la mia intelligenza. Ho pensato che la scienza potesse essere la strada per scoprirti e tante volte ho avvertito il soffio della Tua presenza. Ma ora, a distanza di un anno dall’inizio di questo diario, forse è venuto il momento di arrendermi.

Forse, non ti ho incontrato, forse, come scrissi nella prima pagina di questo quaderno, mi sono perso.

Il priore mi ha detto di non scrivere più. Il tempo è cessato, l’esperimento è finito. […]

Devo imparare a pregare per gli altri, a cercare lo sguardo interiore delle persone intuendo la scintilla divina che alberga in loro.

In fondo, devo solamente diventare più buono» (p. 165).

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Insomma, la conclusione sembra essere che, dopotutto, si può incontrare Dio meglio nell’amore per il prossimo che nelle meraviglie della scienza, sebbene questa ci aiuti ad avvicinarci al mistero.

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Il libro di Carobene, scritto bene e di piacevole lettura, ha il suo punto di forza e di originalità nel cammino della fede e della scienza, posti fianco a fianco. I suoi contenuti, se presi fuori da questo contesto, non presentano novità – né si pretende di farlo -, perché si muovono all’interno dell’ortodossia cattolica per ciò che riguarda la fede, e della divulgazione scientifica per il resto. Le pagine della cornice letteraria, anche intervallate nel testo, richiamano discretamente ora al paesaggio, ora al tempo liturgico, ora a qualche riflessione particolare e servono da legame fra le esperienze personali del sentimento religioso e l’impersonalità del sapere scientifico.